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Democrazia diretta, partecipata e referendaria

Importanza della presenza degli strumenti partecipativi popolari della democrazia diretta,  partecipata e referendaria nella vita politica e sociale in una democrazia matura e popolare

di Erminio Ressegotti

Da qualche anno sto cercando il nocciolo del problema che impedisce l’adesione della gente alle proposte della democrazia diretta e partecipativa, che pure dovrebbe avere un consenso generalizzato, almeno in linea teorica. 

Qualche spunto interessante, secondo me, si può trovare nelle riflessioni di M. Ostrogorski, Democrazia e partiti politici (Rusconi, 1991), tradotto dal francese da Gaetano Quagliariello. Lo stesso Quagliariello (credo che all’epoca fosse ancora legato al Partito Radicale, nel quale aveva militato fino agli anni ’80, prima di entrare in Forza Italia nel ’94) ha pubblicato anche un saggio interessante su Ostrogorski, La politica senza partiti: Ostrogorski e l’organizzazione della politica tra ‘800 e ‘900 (Laterza, 1993). 

Si tratta di un’opera vecchia di un secolo, ma resta comunque un interessante riferimento culturale. In breve: Ostrogorski vuole dimostrare che qualsiasi realtà politica, anche se partita con le migliori intenzioni ideali di servizio alla comunità, irrimediabilmente si trasforma in una realtà che si preoccupa prioritariamente della propria sopravvivenza e di gestire il ruolo decisionale raggiunto, e quindi di mantenere il consenso popolare con ogni strumento; insomma, ogni partito è destinato a perdere l’iniziale slancio ideologico e a diventare un’oligarchia dove prevalgono mediamente uomini mediocri e calcolatori. Il rimedio che propone è un’autodistruzione ciclica di tali strutture politiche prima che diventino strutture di potere, per una rigenerazione attraverso nuove persone e nuove prospettive.

Ostrogorski analizza un problema di fondo. La degenerazione di cui parla è un “virus” eternamente che nasce all’interno di tale aggregazione che inevitabilmente arriva a tale destino e pare attribuire al contenitore “partito e simili aggregazioni” la nascita dello stesso. In assenza di alternative ne propone la ciclica distruzione e rigenerazione. Diversamente da queste sue conclusioni, a mio parere questa “ virus/degenerazione” è intrinsecamente presente in ogni uomo dalla sua nascita in quanto il suo programmatore gestionale che in tempo reale si aggiorna in conseguenza della  continua raccolta dati dall’esterno e dall’interno dell’umano a cui è preposto. Nella maggioranza degli uomini il programmatore gestisce con l’unico obiettivo di farci scegliere le opzioni per una migliore esistenza intesa come gratificazione esistenziale in tutte le sue possibili variabili che vanno  dal martire allo sfruttatore e dal liberatore che in molte esperienze si è poi trasformato in dittatore,  tiranni , assassini, sfruttatori, speculatori, corrotti,ecc. Questo virus in varia misura è comunque sempre presente in tutti gli umani  Al momento, realisticamente, non esistono vaccini né cure, ma solo terapie capaci di contenere questo virus, e non è neanche detto che si possa farne un suo vaccino.  Probabilmente, la naturale tendenza all’egoismo, al calcolo e alla conservazione del potere è qualcosa di inestirpabile, una costante antropologica con cui occorrerà sempre fare i conti. Questo non vuol dire, però, che non si possano trovare modi per gestirla: in questo periodo storico, per esempio, la Svizzera è un’esperienza democratica concreta e abbastanza positiva, per quanto (come tutto!) migliorabile.

Nel pensiero di Ostrogorski ciò e il frutto di una analisi evolutiva tendenzialmente scientifica del percorso fatto in alcuni stati per arrivare ad una democrazia popolare con particolare riferimento a quella americana ed inglese. Ha evidenziato che il dibattito di quale sia la migliore strada da percorrere il percorso verso una società democratica migliore è stato analizzare se il concetto di democrazia doveva passare per un potre decisionale con la valorizzazione delle scelte da esercitarsi dal popolo nella sua interezza o di dare spazio alla ragione  e quindi a chi è qualificato in tal senso creandosi inevitabilmente un’oscillazione di pensiero fra l’ideale, cioè quanto afferma l’articolo 1 della Costituzione (che attribuisce il potere al popolo, mediato dagli strumenti costituzionali) o la ragione con percorsi indefinibili e non univoci. In Italia e non solo, è stato prevalente il cinismo, inteso come sfiducia nel fatto che il popolo italiano sappia davvero decidere con maturità e competenza su un qualsivoglia problema. Di solito, si è optato per dare il potere alla “Ragione”,  a chi inevitabilmente la possiede o che ritiene di possederla in termini autoreferenziali, lasciando all’espressione democratica un’importanza sempre minore, formale ed esteriore. In questo caso, il potere passa ad un gruppo di persone che diventano una élite. Per quanto benintenzionati (ammesso e non concesso che almeno all’inizio lo siano tutti e in assoluto), anche loro non sono immuni dal virus degenerativo di cui sopra: magari hanno più o meno anticorpi, più o meno consapevolezza del contagio, ma in quanto umani non sono al sicuro. Lasciare tutto in mano alle élite senza conttrollo del popolo che ha dato a loro un mandato costituizionalmente non a chiavi in mano (articoli 4 e 5 dealla costituzione) ha creato le condizioni per l’ennesima degenerazione dell’ennesima struttura di potere.  

La terapia per gestire questo virus, a mio avviso, passa dagli strumenti della democrazia diretta,   partecipata e referendaria. Anch’essa, ovviamente, è sempre migliorabile, e richiede strumenti molto attenti ad esprimere il massimo in termini di informazione. Per esempio, è vero che molti comitati ed aggregazioni politiche, partitiche, civiche e culturali, per lo più cercano solo percorsi diretti per ottenere ascolto e gratificazione da parte del potere decisionale della democrazia rappresentativa. Per quanto premesso, invece, la democrazia partecipata ha ben altri strumenti ed altri obiettivi. E opportuno precisare che la democrazia rappresentativa deve mantenere intatta  la sua presenza quale prima gamba della democrazia matura, senza la seconda gamba il cammino verso la democrazia matura è sostanzialmente e naturalmente impossibile. Il problema che la sua rigenerazione, in assenza di recupero di una coscienza per tornare a far politica secondo quanto era stato auspicato dai padri costituenti la loro implosione teorizzata da Ostrogorski diventerà una necessità. Tuttavia, chi crede negli ideali di democrazia  popolare si deve muovere nei pochi spiragli possibili presenti nelle norme vigenti, e concentrarvi tutti gli sforzi. La sua diffusione a livello sistemico passa attraverso una applicazione concretamente sperimentabile nella sua vita quotidiana all’interno delle strutture amministrative di riferimento quali sono in primis i comuni e toccare, anche solo su argomenti locali o circoscritti, il suo effetto positivo sulla sua esperienza di comune cittadino. Tutti gli altri, pur perfetti ragionamenti teorici (che infatti condivido appieno, in ambito teorico), hanno il difetto di richiedere una vasta disponibilità personale, e hanno la negativa prospettiva di un futuro indefinito per la loro realizzazione.  

Credo che sia questo grande scollamento fra il piano “ideale” e quello concreto che fa optare per il  secondo la maggior parte dei cittadini. Non sarà nobile, ma è comprensibile che la maggior parte di loro pensino a sé stessi, per avere la migliore esistenza possibile per sé e famiglia. Ogni discorso squisitamente teorico non farà quindi mai presa sul cittadino medio, per quanto possa infiammare l’animo di puntare solo sul piano ideale: sappiamo bene che la risposta standard a chi cerca di discutere di sistemi assoluti è in molti casi “tutto bello, tutto giusto, ma quanto ci vorrà per cambiare le cose? Invece a me interessa solo X, o Y, e il modo per ottenerlo”. Ovvio che un simile atteggiamento porterà la maggioranza della gente a seguire le vie battute, più sicure, della negoziazione con il potere costituito, piuttosto che quelle di un rinnovamento degli strumenti democratici. Non resta che chiudersi in un piccato elitarismo (condito di solito dalla disillusione verso la democrazia per se), oppure ampliare e sfruttare gli strumenti partecipativi oggi esistenti e mostrarne l’efficacia superiore, in modo da diffondere i valori della democrazia diretta attraverso il rinforzo positivo.

Un primo passo potrebbe essere sfruttare e/o spingere al potenziamento gli statuti e i regolamenti che regolano la quotidiana vita sociale, e che possono portare al cittadino alla concretezza positiva ad un diretto interesse collettivo. Ciò potrebbe innescare una altrettanto positiva reazione a catena. Credo anzi sia necessario un deciso impegno in tal senso da subito. In assenza di prospettive credibili su questo percorso, la gente troverà purtroppo nell’alternativa populista la speranza di una risposta concreta ed immediata al loro bisogno di miglioramento.

Erminio Ressegotti

 data:29 04 2020

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