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Il Partito Pirata trasforma la caduta europea del copyright nel lievito della conoscenza grazie ad un fornaio sotto processo.

A leggere i giornali di questi ultimi giorni sulla questione del copyright, si direbbe che il presidente cinese Xi Jinping abbia già ampiamente conquistato l’Italia. Se Radio Radicale ha da sempre titolato la propria rassegna con l’evocativo nome di «Stampa e Regime» una ragione ci sarà. Però negli ultimi giorni la stampa merita una piccola correzione: «Stampa è Regime» sembra più adeguato.

Già da molto tempo i giornaloni italici hanno dato voce al sostegno acritico e senza un minimo di contraddittorio, alla riforma europea del copyright costruendo un improbabile scenario di contrapposizione tra la stampa libera e indipendente, e le brutte e cattive piattaforme Google e Facebook, ree di aver trovato forme di guadagno (pubblicitario) mentre i produttori di contenuti, per propria evidente incapacità, si stanno estinguendo. Gli editori piuttosto che innovare e concentrarsi sulla diffusione della conoscenza usano le vaste risorse a disposizione per impedire agli altri di emergere, per criminalizzare i propri stessi clienti e per piegare i partiti al proprio volere.

La storia dell’oligarchia delle aziende del mondo dei contenuti

è andata avanti di fallimento in fallimento, di acquisizione in acquisizione, di scontro in scontro, poiché questi gruppi non sono guidati solo da prospettive di business, ma da opzioni ideologiche e talvolta morali in contraddizione tra loro, fa scintillare la storia del mercato del comparto tecnologico.

Il mercato IT non è stato meno burrascoso ma ha compreso fin dall’inizio che ridurre le relazioni industriale allo scontro competitivo sarebbe stato solo negativo per gli utenti e fallimentare per le aziende stesse. Non oggi, ma già dagli anni ’80, la lezione sulla co-opetizione (cooperazione-competizione) di Raymond J. Noorda, a dispetto della dissoluzione di Novell, ha sempre tenuto banco nel mercato IT. E come se non bastasse questo, la considerazione della «libertà degli utenti» ha innervato fin dai primi vagiti tutto il mercato tecnologico: dalla lettera agli hobbysti di Bill Gates al manifesto GNU di Richard Stallman, dalla dichiarazione di indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow fino ai movimenti di liberazione dei dati e i linked data di Tim Berners Lee.

Tutti gli attuali Over The Top, ed in particolare Google e Facebook

hanno studiato con particolare zelo la lezione della co-opetizione e per quanto rappresentino tuttora il più grande pericolo per la privacy, certamente sono anni luce avanti quanto a considerazione e rispetto della propria utenza in confronto alla modalità messa in campo dai produttori dei contenuti che, al confronto, può essere considerata da cavernicoli del digitale.

Una rassegna completa degli ultimi giorni della stampa italiana sul tema del copyright illumina in modo lampante questa situazione: pur di promuovere le proprie idee novecentesche questi giornali hanno cancellato completamente la registrazione delle banali notizie. D’altronde non si parla di «Stampa e Regime» per divertimento.

Chiunque ottenesse le proprie informazioni solo da Il Sole 24 Ore, La Repubblica, Il Corriere della Sera o La Stampa, per citare le testate più esposte, si sarebbe sentito affetto da una strana psicopatia: si succedevano articoli sempre più allarmati sul voto europeo, senza che si capisse la ragione di tanto allarme visto che era stata completamente silenziata ogni forma di rappresentazione dell’alternativa. In campo c’era la difesa senza un attacco.

Il diktat anti-popolare

iniziò ad essere pronunciato da un membro della commissione proponente la legge che suggerì agli editori di convincere i propri giornalisti si smettere di criticare la proposta. Da quel momento, con una fedeltà encomiabile i giornali fecero sparire letteralmente il vasto movimento contrario alla riforma del copyright In un articolo dal titolo “L’editore tedesco Axel Springer sta usando il [partito tedesco al governo] CDU per un braccio di ferro con Brussels?”, un insider nell’UE dichiara“Innumerevoli indiscrezioni a Brussels indicano fino a dove siano disposti ad arrivare” per spingere questa legge all’approvazione.

“So che molti membri della nostra commissione hanno ricevuto fortissime pressioni per votare a favore di questa precisa proposta. Il partito tedesco CDU […] ha più volte fatto pressione su di loro […] Ci sono state segnalazioni di minacce di membri non riassegnati e posizioni parlamentari non confermate se, fondamentalmente, non avessero fatto come ordinato”, ha rivelato sotto anonimato un MEP in un articolo — prima che questo venisse messo offline e modificato per cambiare la dichiarazione con una della lobby editoriale. E se da Forza Italia uno potesse aspettarsi un atteggiamento succube al proprio editore di riferimento, è stato esemplare in sottomissione e soggezione il comportamento dei parlamentari del PD.

Il direttore de La Stampa Maurizio Molinari

ad esempio, in un recente editoriale, pur di mettere assieme un argomento vagamente convincente ha dovuto giustapporre la protezione delle infrastrutture critiche di sicurezza come nel caso del voto e, non si sa bene usando quale logica la riforma del copyright i cui effetti contro la società della conoscenza sono quelli che abbiamo visto.

Così mentre ai cittadini la riforma sottrarrà ai cittadini quel po’ di certezza del diritto in questo campo, spesso conquistata nelle aule giudiziarie da iniziative in cui la voce grossa degli editori è stata puntualmente zittita dalla legge, se non dal diritto, la stampa ha messo in campo il meglio della manipolazione per promuovere questa agenda anti-popolare, con effetti talvolta anche comici.

La Federazione degli editori di giornali, a “testate unificate” pubblica un paginone in cui scheda i parlamentari e promulga una serie di slogan che fanno tenerezza, letti sulle pagine di quei giornali che da settimane stanno ampiamente censurando e manipolando l’informazione sul tema.

Il colpo definitivo poi lo dà il Corriere della Sera

che mentre da un lato strepita che la mancata riforma metterebbe a rischio la libertà di stampa in quanto sarebbe impossibile per gli editori vampirizzare i guadagni pubblicitari delle piattaforme come Google e Facebook (e non si capisce come possano sostenere allo stesso tempo che la stampa attuale invece sia una garanzia di libertà senza che fin’oggi il copyright abbia potuto vampirizzare le piattaforme), qualche pagina dopo proporre persino un programma in sei punti sul «buon uso della verità» (diritti aletici), nessuno dei quali rispettato dal Corriere in quello stesso momento.

Questa sarà l’ultima Grande Guerra della società dell’informazione e sta dando la misura dell’estinzione del pensiero politico che ha dominato lo scorso secolo. E con essa si estingueranno i partiti-dinosauro, come il PD, che hanno pensato (non si capisce in base a quale irrazionale calcolo) che pur di colpire il governo in carica si dovessero punire tutti i cittadini italiani.

Ormai inadeguati gli attori della società dell’informazione sono consapevoli che il gioco si è spostato altrove, là dove non possono accedere portandosi dietro tutto il peso delle dottrine che li definiscono. 

La società dell’informazione è una melma

appesantita delle ideologie che costruiscono propri alt-facts mentre la società della conoscenza è il campo delle idee leggere in cui i fatti si ordinano secondo la propria necessità e appaiono accessibili, coordinati e collegati.

Questa è la lotta civile moderna: parte dalla gabbia del copyright che ci è stata imposta e si estende all’intera conoscenza. Una battaglia in cui gli unici protagonisti possono essere i cittadini se sapranno trasformarsi, per il mezzo della tecnologia, della nonviolenza e della democrazia, in antagonisti sia ai padroni della società dell’informazione che a quelli che vogliono diventare padroni della società della conoscenza. Mai come adesso c’è bisogno di una forma nuova di partito che abbandoni il suo essere antagonista nella società dell’informazione, per diventare protagonista della società della conoscenza. Nessuno dei partiti attuali può dichiararsi leggero abbastanza.

Oggi è necessario dare una forma a questa resistenza

che è anche una affermazione di volontà e di diritto, in una realtà dove volontà e diritto sono minati alla fonte della potenza della comunicazione. Ci vuole un partito nuovo che non si lasci permeare dal nuovismo, una soluzione senza soluzionismo.

Questa non è una battaglia, ma la lotta, quella di un fornaio che ha impastato per anni, per 14 anni, il lievito del diritto degli italiani (e degli italiani che sono in ogni parte del mondo), il diritto alla propria memoria, diritto alla condivisione senza lucro, il diritto ad essere riconosciuti contributori alla conoscenza e non schiavi dell’informazione di quella stampa che è regime. 

Un fornaio, Luigi Di Liberto, incapace di offrire alla propria figlia i libri e la musica che l’avrebbero fatta crescere fuori dai guai nei quali lui, da giovane, si era invece cacciato. Un fornaio che dall’alto dei suoi limiti si è dato da fare per tutti. 

Non è una battaglia culturale quindi

ma una storia familiare è la base della prospettiva di lotta, che oggi, dopo il voto del Parlamento Europeo che per fare vincitori i grandi gruppi dei contenuti e far contenti le grandi piattaforme come Google e Facebook,ha lasciato sul campo tutti i cittadini, criminali immaginari del copyright, pirati a prescindere da tassare e tartassare per ingrassare la macchina delle fasulle notizie in una fasulla democrazia.

Nello scegliere questa lotta il Partito Pirata torna all’origine quando nacque nel 2006 in Svezia sull’onda della criminalizzazione indiscriminata degli utenti di Pirate Bay. Oggi prende in mano una bandiera per sostenere la piattaforma italiana di file-sharing TNT Village che è sotto aggressione legale ed esposta dalla nuova direttiva votata dal Parlamento europeo. Solo una legge italiana che permetta lo scambio etico, come chiede TNT Village, potrà salvarla e solo una dura azione per portare questa legge in Europa sarà efficace.

Il Partito Pirata ha come diretti interlocutori il milione e quattrocentomila iscritti

che hanno sostenuto TNT Village nel tempo e che capiscono, per averla toccato con mano, cosa sarebbe la prosperità della condivisione etica della conoscenza in confronto alla chiusura della società basata sui cancelli delle privative e dei formati sotto controllo e della sottrazione interessata dalla pubblica disponibilità dei contenuti scomodi, perché graditi al pubblico a dispetto delle sempre più insulse novità.

Il Partito Pirata è lievito della prosperità basata sulla condivisione e contrasta la privatizzazione della conoscenza. 

Non entreremo mai nella società della conoscenza se, a iniziare da oggi, subiremo l’assurdità di una conoscenza imprigionata per più di una vita umana dal copyright. 

Se Potsdam ebbe un mugnaio che cercava un giudice a Berlino, l’Italia ha un fornaio che vuole politici a Bruxelles. Pirati!

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