Analisi

Logiche dello statuto: giustizia, “Giustizia di Stato” e arbitrati

Uno dei grossi difetti dello statuto del 2015 è la delega di alcuni poteri ad organi collegiali che possono facilmente diventare pletorici e inefficaci. All’interno di questi organi non è possibile discernere la responsabilità d’azione in modo da far agire efficacemente lo strumento della sfiducia. Il che porta a conflitti prima interni all’organo e successivamente esterni.

Peraltro l’attività di questi organi non può mai essere completamente trasparente per tutelare la privacy quindi l’attività collegiale impedisce di distinguere le posizioni dei singoli rendendo di fatto impossibile assegnare specifiche responsabilità da colpire con una sfiducia mirate.

Il caso emblematico è quello dell’attuale Collegio Arbitrale che ancora oggi (specie da quando è diventato a 5 elementi) non sembra trovare un assetto ragionevole e più di un malumore è stato sollevato anche pubblicamente nel suo funzionamento.

Di una giustizia di partito, con tutto il carico moralistico che questa espressione porta con sé, in realtà non se ne sente la necessità perché un organo di giustizia eletto da una maggioranza invariabilmente diventa un organo illiberale di controllo del pensiero degli iscritti se non di intimidazione ideologica (peraltro qualcuno vorrebbe fosse intesa esattamente come tale, non si capisce poi come questo si comporrebbe con la tensione alla difesa dell’assoluta libertà di pensiero e di espressione che dovrebbe connotare il partito. Forse che la libertà di espressione debba valere solo fuori?). I recenti tentativi di cercare di aumentare il consenso includendo le minoranze, e sopravvalutandone anche l’entità meramente numerica, non sembrano aver migliorato la situazione.

In un partito che pone la libertà della persona prima del partito stesso, e che rispetta e promuove veramente ciò che dice (ad esempio la Costituzione, es. l’art. 21 sulla libertà di espressione, o la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo all’art. 18 e 19) e che rifiuta la connotazione ideologica (ma non quella ideale) la sola presenza di questo “collegio dei probiviri”, cioè collegio di persone che, per definizione buone, decidono se un iscritto è “buono o cattivo”, sembra essere una patente contraddizione.

Se veramente una giustizia di partito deve esistere, mai e poi mai dovrebbe pronunciarsi in relazione alle opinioni e alle espressioni di un iscritto, ma solo ad azioni in conflitto con le regole sociali.

Ogni opinione personale va tutelata proprio dai principi fondamentali del partito e delle norme a cui questo si richiama.

Né questa giustizia di partito dovrebbe mai interpretare le proprie stesse norme in senso sfavorevole all’iscritto e favorevole al partito, in questi casi dovrebbe piuttosto porre la questione sul mero piano politico, in cui le opinioni contrastanti si confrontano pubblicamente e non vengono risolte d’autorità o d’arbitrio.

Certo, ci sono in gioco i cosiddetti «reati d’opinione», ma su quelli può e deve mettere bocca solo la Giustizia dello Stato, non attenendo questi alla sovranità del Partito.

Una forma di controllo interno può al più realizzare una azione “a richiesta” e senza giudizio per tutelare il partito nel caso che qualcuno uso gli strumenti (assemblea, forum, chat) per compiere un eventuale reato d’opinione. In questo caso può essere prevista al più la moderazione o la censura dell’espressione eventualmente problematica in modo da impattare al minimo sull’attività degli iscritti. Comunque anche in una azione come questa non è mai possibile evitare una connotazione essenzialmente politica.

Detto questo, e non solo quindi per motivi tradizionalistici, rimangono sempre necessari all’interno del partito alcuni punti di snodo per la garanzia del rispetto dello statuto e dei regolamenti e per contribuire a determinare la corretta interpretazione delle mozioni (una sorta di vaglio giuridico) nonché per evitare che gli strumenti in qualche modo riconducibili al partito risultino non presidiati in relazione ai «reati d’opinione».

Tutto questo non deve mai cadere nell’errore di sostituirsi alla sovranità politica dell’assemblea e quindi bisognerà fare in modo che resti sul piano prettamente tecnico-giuridico o operativo.

In questo campo il principale problema dello statuto del 2015, oltre alla difficoltà di risalire alle responsabilità dei poteri assegnati, era la poca o nulla definizione del livello procedurale. Il regolamento su questi aspetti non era meno vago.

La grande ambiguità sui compiti del collegio ha sempre reso il lavoro di quest’organo un incubo burocratico esposto all’arbitrio personale. Solo la presenza di persone competenti (e molto pazienti) ha impedito, almeno in tempi recenti, che questo si trasformasse in un improprio strumento di killeraggio politico degli avversari.

L’impianto giuridico di per sé era invece perfettamente razionale:

  • una forma di verifica sulle attività assembleari (il c.d. gruppo d’integrità);
  • una forma di “auto-controllo” degli strumenti di lavoro (i responsabili di convivenza)
  • una forma di verifica sul rispetto delle regole interne, statuto e regolamento (il c.d. collegio arbitrale)

Questo stesso impianto, ripensato in termini di efficacia e semplificazione resta valido.

La “giustizia” nel nuovo statuto

Nel nuovo statuto si “evolve” la giustizia di partito come organo collegiale e, rifacendosi ad un modello arbitrale, lo si semplifica drasticamente.

In un Partito che vorrebbe essere snello e non burocratico sembra molto inefficace dotarsi di organi pletorici e disfunzionali, a volte basati su premesse non logiche, come quella dell’indipendenza e terzietà di un organismo eletto dall’interno.

Nel giudizio arbitrale è ineliminabile un ambito, appunto, di “arbitrio“, per quanto brave e indipendenti possano essere le persone chiamate a ricoprire questo ruolo non potranno che agire a tutela dell’interesse dell’organizzazione stessa.

Sarebbe irrazionale credere che giustizia interna abbia la pretesa di assoluta indipendenza politica.

Sarebbe una visione ideologica non liberale, come se diventando giudice, magicamente si diventasse indipendenti e terzi.

La giustizia interna non può avere il compito di emettere sentenze assolute, ma semplicemente di arbitrare conflitti, nell’interesse del Partito. Qualunque sia la forma di elezione dei garanti, per forza di cose, questi avranno una peculiare attenzione alla stabilità dell’organizzazione più che a tutelare i diritti degli iscritti in astratto.

Si deve riconoscere che la giustizia “giusta” possa solo essere una giustizia esterna, imparziale, autonoma e non collegata in alcun modo con il partito stesso.

Questa è la Giustizia dello Stato quindi, a cui il partito e ciascun iscritto può sempre riferirsi e che il partito non può immaginare di sostituire, ma solo complementare.

Si è quindi pensato di eviscerare le suggestioni “giustizialiste” per ricondurre esplicitamente questo ambito ad una funzione arbitrale, ad un sistema di Garanzia del Partito, riconoscendone un ruolo eminentemente politico, ancorché tecnicamente solido.

Si è semplificato proceduralmente la gestione dell’arbitrato facendolo diventare monocratico come è quello di molti giudizi in Italia, per consegnargli la completa responsabilità del ruolo e non lasciarlo come potere-senza-verifica.

La solidità tecnica nel ruolo viene pretesa (a livello regolamentare) imponendo che il Garante abbia una Laurea in Giurisprudenza per coprire il ruolo (che è sostanzialmente il requisito base per accedere al ruolo di Giudice di Pace in Italia). Poiché non si voleva che questo requisito fosse una clausola assoluta di esclusione per persone comunque ritenute dal partito in grado di essere giuste ed equilibrate ed anche tecnicamente avvedute, si è posta una procedura per derogare a questo requisito attraverso un voto assembleare con maggioranza qualificata.

Nella pratica il Garante sarebbe autorizzato a dismettere le cause bagattellari, cioè senza valore per il partito, senza farsi particolari problemi. Qualora ritenesse la controversia valida potrebbe aprire una procedura in due fasi, con l’assistenza di Procuratori terzi nominati dalle parti (non si pongono requisiti sulla scelta dei procuratori), la prima delle quali è necessariamente un tentativo di conciliazione preliminare e poi una definizione monocratica con l’intervento dei procuratori, abilitati a commentare ufficialmente la sentenza.

L’adozione di procuratori tende a rendere il giudizio meno appesantito da aspetti personalistici e più centrato sulla cosa richiesta.

Le controversie potranno essere aperte (a pena dell’immediata esclusione) solo in relazione ad esplicite violazioni dello statuto o del regolamento, che sono le uniche cose su cui una giustizia di partito è titolata a discutere.

Un procedimento siffatto sarebbe solido e giuridicamente fondato anche nel caso di un seguito alla giustizia ordinaria, cosa che non è mai da escludere.

I garanti “interni

Lo statuto non riporta, delegando al regolamento, la trattazione procedurale delle garanzie all’interno degli strumenti operativi del Partito: i congressi o gli strumenti di lavoro collaborativo.

In tutti questi sistemi per prassi, come avviene comunemente. e quindi senza bisogno di specificarlo per regola, le funzioni di coordinamento o presidenza assumono anche il ruolo di primo grado di giudizio.

In questo caso vale l’analogia di un Presidente del Congresso (o di una Assemblea) che è anche quello titolato a mantenere l’ordine all’interno del consesso.

Poiché ogni ambiente del genere (sia esso un forum, una chat, o qualunque forma di assemblea) viene considerato autonomo e autarchico, lo statuto del Partito non interviene a normare dall’esterno i comportamenti che potranno essere definiti all’interno del gruppo stesso.

Il Garante del partito non accetterà quindi controversie che riguardino l’uso di questi strumenti che non siano già state in precedenza arbitrate nello strumento (nelle forme e nei modi decisi dallo strumento).

In questo caso il Garante del partito agisce come secondo grado di giudizio, quindi.

Appellabilità degli arbitrati

La proposta dello statuto prevede l’inappellabilità delle decisioni del Garante (a differenza dell’attuale situazione in cui, come se non bastasse la difficoltà del giudizio in collegio, le controversie poi vengono reiterate all’interno dell’Assemblea stessa in modo che, seppure fossero state definite in base a corretti criteri tecnici e non politici, assumano necessariamente quanto impropriamente un valore di contestazione politica).

Per quanto definito in precedenza, l’inappellabilità riguarda esclusivamente quelle controversie non già mediate dalla definizione all’interno di uno strumento, che sono infatti appellabili proprio verso il Garante solo se precedentemente definite nel luogo d’elezione.

Ciò riduce in modo rilevante il numero delle controversie in cui effettivamente non è prevista l’appellabilità, posto che ve ne siano.

L’inappellabilità, sia chiaro, non è assoluta.

Chi non è soddisfatto dei giudizi arbitrali può sempre (come oggi, d’altronde) rivolgersi alla Giustizia esterna. Semplicemente non c’è un meccanismo interno di appello ulteriore al passaggio al Garante.

È una decisione di natura essenzialmente pratica nei confronti di chi abuserebbe dell’azione arbitrale, e sappiamo che questo è un problema presente.

L’attuale situazione è certamente inaccettabile perché l’istruzione di conflitti arbitrali può essere usato per innescare un improprio confronto politico.

La creazione ancora di un ulteriore grado di giudizio interno porrebbe il problema dell’identificazione o della creazione di un superiore giudice naturale, che finirebbe per essere secondo o addirittura terzo grado di giudizio rendendo la struttura inutilmente pletorica e mantenendo in sospeso le definizioni per tempi incompatibili con la politica.

Ovviamente tale grado non potrebbe essere, come è oggi, meno qualificato del primo e neppure meno responsabile politicamente. Quindi sarebbe necessario nominare un Super-Garante.

In definitiva la decisione di rendere inappellabili le decisioni del Garante è solida giuridicamente e appropriata pragmaticamente.

L’integrità

Quello che nell’attuale statuto viene denominato gruppo d’integrità ha una importante funzione di garanzia: impedisce che mozioni improprie arrivino in votazione, o se votate vengano messe in atto.

Il concetto di mozione impropria è espresso nello statuto stesso:

«verificare che ogni proposta in discussione e/o approvata dall’Assemblea sia coerente con i principi di questo Statuto, del Manifesto e dei Regolamenti in vigore»

art. 21 c. 2

Sembra essere una espressione chiara ma non lo è affatto. Cosa significa dire che una proposta sia coerente con i principi?

Appare ovvio che, essendo lo statuto, manifesto e regolamenti modificabili, il controllo sulla proprietà delle mozioni riguardanti l’eventuale modifica di questi sarebbe sempre propria per necessità (a meno di non voler impedire la sovranità dell’Assemblea e quindi dare ai precedenti iscritti, quelli che potenzialmente non sono più nemmeno presenti, un privilegio su quelli presenti e paganti).

Una mozione statutaria, regolamentare e sul manifesto sono quindi sempre proprie se non creano una contraddizione interna tra questi documenti. Questo problema che può esistere solo con il manifesto in quanto una contraddizione tra statuto e regolamento è naturalmente risolta a favore dello statuto e il nuovo statuto tenta di mitigare a priori il problema circoscrivendo le asserzioni politiche nel manifesto e quelle organizzative in statuto e regolamento. Quindi non si dovrebbe avere, come prassi, che siano introdotte modifiche politiche in questi ultimi e organizzative nel primo.

D’altro canto sono da considerare sempre improprie le mozioni che contravvengano le fonti normative interne. Ad esempio sarebbe necessariamente impropria una mozione che preveda di far votare un organo di partito con una maggioranza quando il regolamento ne prevede un’altra (nulla vieta però di modificare prima il regolamento come richiesto dalla mozione e dopo proporre la mozione elettiva).

Poiché ogni pirata ha il diritto di proporre mozioni è chiaro quindi che un vaglio di “integrità” sia assolutamente necessario.

Il problema che si pone è quello di riconoscere la portata politico di questa garanzia. Può non essere immediatamente chiaro che la decisione di ammettere o meno una iniziativa è essenzialmente di natura politica se la si considera in relazione allo statuto e al regolamento ma confrontata con il Manifesto, che non potrà mai essere altro che un documento politico, la decisione di integrità non potrà essere altro che politica e quindi determinata dalla sensibilità politica di chi è chiamato a valutare l’ammissibilità.

Vale anche in questo caso la questione di collegare un potere alla sua responsabilità politica che consiglia la riduzione di un organo da collettivo a monocratico.

Come identificare l’organo di garanzia quindi? La scelta è semplificata dal fatto che, per coerenza con le Assemblee fisiche, l’organo solitamente titolato a compiere questa azione è l’ufficio di Presidenza dell’Assemblea.

La concentrazione della responsabilità di garanzia d’integrità è quindi naturalmente attribuito alla Presidenza dell’Assemblea che avrà quindi il ruolo di garanzia, già visto, di moderazione nei casi in cui le espressioni presenti nell’assemblea possano incorrere in problemi di responsabilità civile o legale (moderazione attiva) e anche quello di garantire che mozioni siano coerenti con l’impianto regolamentare e, in ultimo e solo per le mozioni politiche, che si mantengano all’interno dei canoni politici stabiliti dal Manifesto.

Conclusioni

Eliminando il carico moralistico e giustizialista dalla funzione di garanzia è possibile raggiungere ad una soluzione equilibrata, pragmatica e corretta per le varie garanzie necessarie all’interno del partito, senza opporsi alla pratiche interne, senza tentare di sostituirsi alla giustizia propriamente detta e quindi riducendo l’ambito di rischio per il Partito stesso.

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