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Quando un algoritmo regolamenta il business

di Claudio Agosti

L’algoritmo di YouTube è, a detta di Google stessa, un sistema di regolamentazione della piattaforma. Viene usato per aumentare i profitti in due sensi, con un impatto sia sulla circolazione dell’informazione che sulla tipologia di informazioni spinte. Un’influenza sociale, informativa, e quindi politica.

1) YT vuole essere padrona di come la piattaforma viene percepita dagli advertiser, che non vogliono pagare per apparire su contenuti problematici. Questi ultimi, quindi, devono essere sfavoriti.

L’influenza degli advertiser è simile a quella di un editore tradizionale sui contenuti, ma le incognite ancora da decodificare sono quanto questi contino, e chi siano quelli che contano di più per Google.

Ci sono inoltre diversi ordini di problemi legati alla definizione di un contenuto in quanto ‘problematico’. Il concetto stesso, Ça va sans dire,  e’ altamente relativo e mutevole a seconda della prospettiva di chi stila tale classificazione. Inoltre, non sono neppure chiari quali sono i criteri seguiti per arrivare a tale definizione, ne’ gli attori che partecipano a questo processo. Moderatori umani? Policy mutevoli? Intelligenza artificiale? Oppure sono i brand che investono di più? In che modo influisce il circuito mediatico generalista? Quali sono i giornali e le televisioni ad avere più peso in questo senso? E perché?

2) massimizzare il tempo catturato agli spettatori.

Nell’economia digitale – o quanto meno nel modello di business egemone nel mercato ICT – l’attenzione degli utenti e’ il bene scarso per eccellenza. I produttori di contenuti e le piattaforme che li veicolano sono in lotta costante tra loro per accaparrarsene una fetta. Nel caso di YouTube, l’informazione che circola non viene scelta, né favorita o incentivata, in base alla sua qualità, accuratezza, o alla bellezza. L’algoritmo predilige i contenuti più viscerali, che rendano la circolazione virale. I veri indicatori per promuovere a trending topic un contenuto sono piuttosto il tempo di visualizzazione, le interazioni suscitate, la rapidità di diffusione.

Anche la più sensata regolamentazione interna istituita da Google significa meno profitti. Ad esempio non associare annunci dall’alto valore economico con video cospirativi che, a causa della loro viralità, portano potenzialmente una grossa fetta di profitti. Per questo non dovremo aspettarci queste concessioni, se non come risultato di campagne, dibattito, analisi, e lotte. 

Come le cose possono diventare, se i Pirati lo vogliono

  1. Collettivamente analizziamo l’algoritmo di YouTube, raccogliamo evidenze di discriminazione algoritmica per far sì che la comunità di produttori di cultura che usano le piattaforme video possano essere tutelati. Iniziamo con YouTube.
  2. Il sindacato degli youtuber, SeeYou, vuole organizzare una coalizione di produttori di contenuti ed usarla per elaborare, con questa comunità, una serie di richieste verso Google.
  3. La collezione avviene tramite un’estensione del browser, Chrome e Firefox, e vorremmo che gli youtuber promuovano l’adozione a chi li segue. I dati collezionati non sono pensati per studiare le persone, ma per studiare la piattaforma.
  4. Tre diverse entità devono funzionare: la comunità degli youtuber che vogliono fare parte del sindacato (devono esprimere le loro esigenze e sollecitare l’adozione dell’estensione), il partito pirata (organizzare le richieste verso Google, spiegare i problemi degli algoritmi) e tracking.exposed (produrre dati utilizzabili dal partito pirata, dagli youtuber e da ricercatori).
  5. YouTube emerge come territorio di scontro, anche perché è stata Google stessa ad usare in modo esplicito l’algoritmo come sistema di penalizzazione e punizione. Dobbiamo conoscere questo fenomeno e capirne l’impatto politico.
  6. La tecnologia si pone come un “sistema terzo, di analisi dell’algoritmo, nel pubblico interesse”. Viene usata da ricercatori, scienziati sociali, analisti di vario tipo. Il partito pirata fa quello che si chiama “riuso etico dei dati”.
  7. In questa prima fase lo scopo è educativo ed aggregativo. Rendere visibile il problema, sviluppare modi per parlare di repressione algoritmica della conoscenza, aggregare youtuber che percepiscono il problema, verificare metodi di coordinamento di questi youtuber.

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