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Riconquistare lo spazio pubblico: perché il diritto d’autore è la questione politica

di Maria Chiara Pievatolo

Marco Calamari ha spiegato su “Punto
Informatico”(https://www.punto-informatico.it/marco-calamari-partito-pirata/)
che cosa avrebbe fatto se fosse stato eletto in Europa, elencando una
serie di punti importanti e rinviando al programma comune europeo del
Partito Pirata (https://www.partito-pirata.it/ceep19/), anch’esso
esposto per punti.

Questo testo, volutamente breve, si propone di riunire in punti per
formare un’immagine comprensibile a colpo d’occhio.

La rivoluzione digitale, rendendoci tutti scrilettori (wreaders),  ha
trasformato il diritto d’autore in una questione d’interesse comune. È
una questione, però, soltanto digitale?

Il diritto d’autore si chiama così perché nasce come diritto di chi
scrive e  non come diritto dell’editore o della piattaforma. Sono un
autore se, parlando in pubblico, posso decidere che cosa dire, quando
dirlo, come e sulla base di che dirlo. Se invece non ho il controllo di
quanto scrivo, perché se l’è preso l’editore o perché sono trattato come
un fascio di nozioni per l’uso, al di sotto della mia consapevolezza, di
chi se le può comprare, non sono più un autore e neppure una persona:
sono un dato, che viene fatto parlare e danzare entro progetti il cui
disegno e il cui senso non è costruito da me.

Il diritto d’autore e il diritto alla privacy sono due facce della
stessa medaglia.  L’esclusiva della sfruttamento economico, che
conferisce al diritto d’autore un effetto censorio, è un tema
secondario: possiamo infatti  immaginare forme di remunerazione sociale
dell’autore diverse dal monopolio politicamente conferito.  Diritto
d’autore e diritto alla privacy, il primo vocato alla pubblicazione e il
secondo alla riservatezza, confluiscono nel mio diritto  a parlare in
pubblico con la mia voce – diritto che può realizzarsi pienamente solo
se le mie fonti sono prevalentemente dissequestrate del copyright
editoriale, vestigia dell’età della stampa.

Questo diritto, preso sul serio, implica l’elezione diretta di
un’assemblea costituente europea, che scriva una costituzione comune e
che la sottoponga a referendum – una  costituzione che preveda
referendum legislativi e costituzionali e strumenti per far parlare, in
modo trasparente, il potere legislativo con i cittadini. L’Europa può
essere dei cittadini, solo se i cittadini sono i suoi autori.

Quanto si dice per l’Europa, vale a maggior ragione per l’Italia, per la
quale è sempre più urgente dissequestrare la ricerca e l’istruzione dal
controllo di Big Business e Big Government perché i cittadini possano
diventare autori, e non followers, dalla propria politica, autori, e non
consumatori, dell’ambiente che attorno a loro viene sfruttato e
devastato, autori, e non vittime, dal loro lavoro e del loro tempo
libero.

In questo momento noi non siamo autori né d’Europa né d’italia: siamo
dati che vengono fatti parlare o tacere al servizio e nell’interesse
dell’economia e delle sue concentrazioni, ed entro raggruppamenti – gli
autoctoni, i migranti, i greci o i tedeschi – predisposti e messi l’uno
contro l’altro da classificatori per i quali non siamo persone.  Siamo
ancora – o di nuovo – nell’età del privilegio, dalla quale dobbiamo
ancora – o di nuovo – uscire con il diritto dell’autore, che poi è il
diritto di ciascuno a essere non in primo luogo oggetto d’economia,
materiale e no, ma soggetto di politica.

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